Facebook si vede nuovamente sotto accusa per una ipotizzata attività discriminatoria.

Secondo un’indagine congiunta svolta da New York Times e ProPublica, negli annunci di lavoro sul social network sarebbe possibile scartare determinati gruppi di età.

Non sarebbe la prima volta, peraltro.

Lo scorso anno infatti ProPublica aveva indicato lo stesso tipo di complicazione, in particolare si faceva riferimento all’estromissione delle cosiddette affinità “etniche” e “multiculturali” dagli annunci.

La faccenda sfilò quasi in sordina, ora i vertici di Facebook hanno voluto farsi sentire tramite un post sul blog di Facebook intitolato: “This Time, ProPublica, We Disagree“, una lunga arringa di difesa fatta dal vicepresidente della società Rob Goldman:

«Semplicemente mostrare determinati annunci di lavoro a diverse fasce d’età su servizi come Facebook o Google potrebbe non essere di per sé discriminatorio – così come può essere corretto pubblicare annunci di lavoro su riviste e programmi TV rivolti a giovani o anziani […] Respingiamo completamente l’accusa che tali annunci siano discriminatori».

Anche altre società nel mirino

Non è la sola società di Zuckerberg ad essere stata presa di mira, tra le principali aziende menzionate nella relazione ci sarebbero anche Amazon e Verizon, le quali avrebbero pubblicato annunci su Facebook rivolti a determinati gruppi di età escludendone altri.

La maggior parte delle società difendono la pratica, affermando che le pubblicità sul social fanno parte di campagne più ampie e non discriminatorie.

Facebook indagato

La difesa di Facebook

In tribunale Facebook ha menzionato il Communications Decency Act, legge federale che immunizza le piattaforme social e altre aziende tecnologiche posseditrici di piattaforme dall’offrire contenuti illegali inviati dagli utenti come video che violano il copyright, pornografia infantile e incitamenti alla violenza contro le minoranze. «Gli inserzionisti, non Facebook, sono responsabili sia del contenuto dei propri annunci sia dei criteri di targeting da utilizzare, se presenti», ha sottolineato la società.

L’azienda, insomma, rimanda le accuse al mittente, resta però da capire se i suoi strumenti di targeting possano essere o meno considerati discriminatori.


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